Studenti e Polli

Pollo
Pollo (Vedi: http://subversify.com/2017/04/10/parables-about-chickens/ )

Ieri è apparso su http://www.estense.com questo interessante contributo di Girolamo de Michele:

Istruzione, mercato e logica del profitto: il caso Italia

Provo a commentarlo qui di seguito. Partiamo dal sottotitolo dell’articolo:

L’8 marzo ho detto questo al Parlamento Europeo di Bruxelles, all’incontro Students are not consumers. Challenging marketization and the logic of profit in higher education, organizzato dal gruppo parlamentare europeo GUE/NGL.

Gli studenti non sono consumatori… Già… Quindi cosa sono? Se non hanno nemmeno l’elementare potere di scelta che caratterizza il consumatore, cosa resta loro?

Sono forse polli? Polli da batteria? Cresciuti a milioni nello stesso ambiente artificiale, chiuso e riparato dal mondo, e costretti a fissare per anni lo stesso orizzonte di ogni altro esemplare della batteria? Polli che non hanno mai a che fare con il mondo reale, là fuori? Polli che non imparano mai a fare nulla che abbia un qualunque rapporto con la realtà? Polli che, in nome dell’assoluta uguaglianza, cresciamo per essere tutti ugualmente inutili ed ugualmente incapaci di inserirsi nel mercato del lavoro e nella vita sociale? Polli che, in nome delle “pari opportunità” condanniamo sin dall’inizio a restare tutti ugualmente al palo?

Marketing:

Nella logica del marketing e della valutazione quantitativa, è inevitabile che prevalga la considerazione del punteggio più alto alla scuola frequentata da studenti socialmente ben selezionati, piuttosto che la valorizzazione del lavoro qualitativo della scuola che opera in favore dell’inclusione, dell’apprendimento dei fondamenti linguistici e cognitivi del diritto alla cittadinanza: la scuola che si sporca le mani con i migranti di prima e seconda generazione.

Su questo punto, Girolamo De Michele ha ragione. Le scuole in questione hanno saputo cogliere, di tutto lo spettro del possibile, solo l’elemento di maggior spicco del rapporto fornitore/cliente: le famiglie (clienti) chiedono maggiore “tranquillità” ed “efficienza” in classe e le scuole (fornitori) rispondono con una maggiore “uniformità e qualità sociale”.

I dirigenti di queste scuole sono chiaramente dei dilettanti. Si può solo sperare che il “mercato dell’istruzione” se ne liberi al più presto.

Tutti (anche gli immigrati dal Ghana appena scesi dai gommoni) vogliono una scuola in cui i propri figli possano e debbano studiare con tranquillità e con profitto ma la tranquillità in classe ed il profitto nello studio hanno ben poco a che fare con la provenienza nazionale, etnica e sociale degli studenti. Dipendono soprattutto dal modo in cui viene organizzata la vita a scuola. Questa cosa si chiama “didattica” e dovrebbe essere la disciplina per la quale questi dilettanti di dirigenti avrebbero dovuto essere degli specialisti.

Classismo:

Al di là della retorica sugli ascensori sociali, l’Italia è un paese classista, dove il figlio del notaio studia legge come il padre, poi va a fare praticantato dai compagni di burraco del sabato sera del padre, e una volta acquisita la professione aggiunge un “& figli” alla targa dell’ufficio del padre.

Ecco, appunto: il figlio del notaio va a fare il tirocinio obbligatorio dai colleghi del padre (trattato da tutti i futuri colleghi in guanti bianchi) mentre il figlio del “proletario” resta escluso da questo meccanismo di selezione post-universitario.

Non è la scuola a difendere i privilegi di classe in Italia: sono le corporazioni dei professionisti.

Se non riesce a capire questo punto, discutere di scuola e di lavoro diventa impossibile. Per inciso, queste barriere corporative proteggono l’accesso a quasi tutte le professioni pregiate in Italia, non solo alle libere professioni tradizionali. Sono previste barriere corporative a protezione della professione di notaio, di avvocato e di medico ma esistono barriere corporative altrettanto odiose anche a difesa della professione di giornalista, di chimico, di ingegnere e via dicendo. In Italia, persino i tassisti si barricano dietro a questi meccanismi corporativi.

La scuola c’entra davvero poco con tutto questo. Chiunque può iscriversi al liceo classico e chiunque può laurearsi in legge. In entrambi i casi non occorrono doti intellettive particolarmente elevate. È soltanto dopo, al momento dell’ingresso nella corporazione, che avviene la selezione.

La macchina delle disuguaglianze:

In definitiva, il tempo-scuola non è in grado di colmare le disuguaglianze di partenza: quando va bene, si limita a certificarle, altrimenti contribuisce ad acuirle.

Quale sarebbe dunque il ruolo della scuola? Quello di garantire a tutti non le stesse opportunità iniziali e le stesse possibilità lungo il percorso ma addirittura lo stesso punto di arrivo?

Vogliamo quindi continuare con il “sei politico” che ha caratterizzato la scuola e l’università negli ultimi venti o trent’anni? Un sistema educativo che, per mantenere il passo degli altri paesi europei in termini di percentuali di laureati tra la popolazione, continua a diplomare ed a laureare gente che non dovrebbe nemmeno ottenere la licenza della scuola dell’obbligo?

Non siamo ancora stanchi di essere considerati da tutti un paese di ciarlatani pressapochisti?

La scuola non è l’unico responsabile dell’educazione dei giovani. Molto prima della scuola, ed a fianco di essa, c’è la famiglia. Se la famiglia non reputa importante l’istruzione e non investe su di essa… allora forse ha ragione la famiglia.

Jobs Act:

Aumenta la povertà assoluta fra i minori – fra i quali la povertà è quadruplicata in 10 anni; fra i working poor, «dove si può leggere con chiarezza l’effetto-Renzi e l’impatto del Jobs Act sul potere d’acquisto e sulla stabilità del lavoro»;

Verissimo: il Jobs Act ha accentuato la precarietà delle classi più disagiate.

O forse è stato il mercato globale a cancellare ogni forma di protezione ed a costringere anche l’Italia, dopo molti altri paesi, a rendersi conto che i “paracadute” degli anni ’60 e ’70 non sono più possibili in un’economia globale come questa.

Questo “sistema” può non piacere ma… è quel sistema “capitalistico” per cui anche l’Italia si è sempre battuta in ogni sede possibile. L’alternativa – cioè l’odiatissimo “comunismo” – è stata rifiutata e combattuta con ogni mezzo per circa un secolo (lo so perché c’ero: sono un “vetero-comunista radical-chic” certificato e garantito).

Quindi… ora è tempo di imparare a stare sul mercato in un sistema di libero mercato. E piantarla di rompere gli zebedei con queste lagne.

Mercificazione:

È su questo piano che la mercificazione del sapere e delle conoscenze si concatena alla mercificazione dell’essere umano e alla sua trasformazione in forza lavoro.

ed anche:

Tuttavia, come la piattaforma «impone alla forza lavoro una forma e uno scopo predeterminati», producendo una serie di «nuovi intermediari: manager, ingegneri, valutatori e certificatori di professione, pubblicitari, influencer, giornalisti-guru, esperti di innovazione, imprenditori o politici rabdomanti»;

Le libere professioni di cui abbiamo parlato all’inizio sono da sempre la massima espressione di questa “mercificazione” ed “oggettivazione” del sapere. A nessuno interessa nulla della solidità umana e culturale del proprio medico o del proprio avvocato. Non ci interessa sapere se apprezza la musica o se capisce l’arte moderna. Interessa solo che sappia fare bene il proprio mestiere. Ci arroghiamo ogni giorno il pieno diritto di trattare questi professionisti alla stregua di un “servizio” o di un “prodotto” deprivato di ogni componente umana, relegato a pure questioni di oggettiva “qualità” e di certificata “competenza”.

Cosa ci autorizza ora a lamentarci del fatto che il mercato valuti anche noi come merci?

Vogliamo ambire ai privilegi del famoso notaio che gioca a burraco, di cui abbiamo parlato all’inizio? Allora cominciamo a capire che anche il notaio, apparentemente “parassita” di questa società, è costretto a fare i conti con un mercato che pretende da lui certificazioni, competenza e… determinazione.

Mi fermo qui. Ho altro da fare.

Spero che queste poche parole spingano qualche lettore a riflettere ed a rendersi conto del fatto che dietro le parole apparentemente sacrosante di molti critici, come Michele De Girolamo, si cela anche molta ipocrisia e si nascondono anche molti luoghi comuni emolta superficialità.

La scuola è un tema fondamentale per una società come la nostra. Affrontare i problemi con gli stessi schemi mentali che proponevano “Il Manifesto” e “Rinascita” negli anni ’70 non è il modo migliore di prepararsi al futuro.

Alessandro Bottoni

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